Ottessa Moshfegh, Lapvona

 


Ottessa Moshfegh, Lapvona, 2023, Feltrinelli

INIZIO: 24/11/2024

FINE: 28/11/2024

DA RILEGGERE: no

DA COMPRARE: no

Anni fa, quando ho letto Il mio anno di riposo e oblio della stessa autrice, ero rimasta colpita dalle sensazioni continue di vuoto e distacco (in pieno stile dissociazione da Borderline Personality Disorder nella mia ignoranza e opinione) che erano presenti in tutto il libro.

Bene.

Lapvona è straordinariamente uguale. L'intero libro - ambientato in un paesino rurale in un tempo medievale con abitanti medievali e timorati di Dio, almeno all'inizio - mi ha trasmesso un'angoscia esistenziale notevole. Non c'è un singolo personaggio positivo e questo è straordinario, perchè nella realtà è difficile trovare persone di per sè buone e questo libro offre uno spaccato realistico di realtà al limite del paradossale. In un modo o in un altro, tutte le persone che si muovono nel libro sono di una meschinità unica. Leggendo questo libro ho avuto la sensazione di assistere a una lenta discesa collettiva, corale, di un intero villaggio nel delirio e nell'allucinazione.

Lapvona di per sè è assurda: si autogestisce in quanto villaggio (ognuno fa quel che può per la propria sopravvivenza, non c'è capovillaggio o prete come figura di riferimento), ma paga le tasse a Villiam, nobile che possiede Lapvona (non userei nessun altro verbo per descrivere i rapporti fra Villiam e il suo villaggio). Il prete del villaggio è una persona che non crede in Dio, ma nei privilegi del suo status. Villiam stesso è una figura magra ma ingorda, annoiata, crudele e insaziabile, sempre in cerca di intrattenimento, incapace anche solo di cercare di provare affetto o amore verso qualcun altro che non sia se stesso.

L'egoismo e l'individualità sono perennemente presenti per tutto il libro. Ogni personaggio citato è in una relazione egoista con gli altri, oppure direttamente crudele a favore di se stesso (mors tua, vita mea). Il contatto con la realtà dei personaggi non è indispensabile, secondo il libro. La dimensione del sogno e dell'allucinazione è onnipresente, una derealizzazione continua per tutto il libro, in cui non ho capito a volte se un personaggio stesse veramente percependo una dimensione magica in ciò che gli stava accadendo - vedi il personaggio di Ina, una "strega" che può cambiarsi gli occhi con quelli di qualcun altro o rubare la giovinezza o parlare con gli uccelli e usarli come spie - o se invece erano gli altri a non saper interpretare la realtà, come nel caso della comparsa di Agata, madre che non voleva essere tale, che negli occhi di Jude era amore, ma in realtà è stupro. Altri episodi di cui è composto il libro si muovono al confine fra la dimensione onirica e la realtà, fra il paradosso (compreso quello classista del nobile che ha tutto, anche troppo, e il villaggio che sta morendo di fame per la carestia).  

Non è il mio genere, ma capisco perchè è piaciuto tanto ad altri lettori con cui ho parlato per confrontarmi o di cui ho letto (o visto) la recensione qui su internet. 



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